Come misurare oggettivamente l’intensità dello sforzo per spingere al massimo le performance atletiche senza rischiare infortuni

Conoscere il reale carico interno di una performance sportiva permette di migliorare le prestazioni del singolo atleta in modo sicuro per la sua salute. Sia durante una gara, per fare in modo che le energie vengano incanalate al meglio, sia al di fuori, pianificando in modo intelligente e funzionale allenamenti e recupero 

Monitorare l’intensità dello sforzo di un atleta durante una prestazione sportiva è importante per due ragioni. Se ci concentriamo sul singolo allenamento permette di capire se e quanto uno sportivo sta sfruttando fino in fondo le sue potenzialità. In secondo luogo, in un’ottica di pianificazione degli allenamenti sul medio periodo e per affrontare al meglio le competizioni, consente di lavorare in sicurezza, migliorando le performance dell’atleta e riducendo contemporaneamente il rischio di infortuni.

La percezione di quanta fatica fisica si sta facendo durante un allenamento, però, è un parametro soggettivo. L’intensità dello sforzo percepita può essere molto distante da quella reale.

Percezione VS dati oggettivi

Fino a ieri, preparatori atletici e allenatori erano costretti a fare affidamento su impressioni e sensazioni dello sportivo per decidere come pianificare gli allenamenti. O in alternativa dovevano sottoporre gli atleti a test invasivi, come quello del lattato ematico, che richiede di bucare un dito o un orecchio per analizzare qualche goccia di sangue, con uno strumento simile a quello usato per rilevare la glicemia nei soggetti diabetici.

Questi test però, oltre a essere poco piacevoli, non danno informazioni su quanto accade durante l’allenamento. Possono solo fotografare la situazione prima oppure dopo lo sforzo.

Biometrica ha trovato una soluzione al problema. Swemax (https://www.swemax.com/) è un dispositivo indossabile di facile utilizzo, non invasivo, che permette di conoscere il reale stato di affaticamento dell’atleta momento per momento, analizzando un liquido che fornisce informazioni paragonabili a quelle del plasma: il sudore.

Carico esterno e carico interno di una prestazione atletica

«Quando si cerca di monitorare l’attività di un atleta sotto sforzo si parla di carico esterno e carico interno. Il primo è determinato da una serie di valori legati a entità, intensità, densità, durata e frequenza degli stimoli propri della disciplina o attività sportiva, come i chilometri da percorrere, i chili da sollevare, il numero di ripetizioni di un esercizio eccetera. Quindi è relativamente facile da ricavare spiega Stefano Campari, preparatore atletico professionista. Il secondo identifica invece la reazione funzionale individuale di ogni atleta, sia dal punto di vista strettamente fisico sia da quello psicologico».

Come abbiamo già anticipato, il carico interno è molto soggettivo: storicamente nelle scienze motorie è sempre stato stimato basandosi sulla percezione dello sforzo da parte del singolo. Questi parametri soggettivi, quando possibile, vengono integrati con i risultati di test invasivi sul sangue. Test che per forza di cose non possono essere effettuati costantemente ad ogni singolo allenamento o gara.

La percezione dello sforzo può variare anche molto rispetto alla fatica reale accusata dal corpo. «Un atleta potrebbe trovare molto più pesante del solito un allenamento perché ha qualche preoccupazione, anche se dal punto di vista fisico sta benissimo. Un altro, magari perché è appena stato assunto in squadra e vuole fare bella figura, potrebbe sforzarsi di dare di più anche se il suo fisico è esausto» sottolinea Campari.

La possibilità di valutare attraverso uno strumento come Swemax (https://www.swemax.com/) il carico interno, trasformandolo da parametro soggettivo in parametro oggettivo, consente di organizzare gli allenamenti degli atleti senza più affidarsi a semplici sensazioni. «Atleta e coach possono capire se l’intensità dello sforzo è bassa e decidere di conseguenza di aumentare la durata della prestazione e/o il tipo di sforzo richiesto. O al contrario, quando si registra un’intensità dello sforzo molto alta, suona un campanello d’allarme nella testa dell’allenatore: quell’atleta potrebbe non arrivare in fondo alla prestazione» specifica Campari.

Monitorare lo sforzo in tempo reale fa la differenza

Negli sport di endurance accedere alle informazioni sull’intensità della performance atletica in tempo reale è un aiuto di grande valore per lo sportivo e può fare la differenza tra vincere o perdere. «Facciamo l’esempio di un maratoneta. Per arrivare fino in fondo a una maratona è importante che il livello di sforzo rimanga costante per molto tempo. È l’unico modo per evitare crisi psicologiche o crolli fisici che impattano notevolmente sulle prestazioni. Grazie a Swemax (https://www.swemax.com/) l’atleta può capire, ad esempio, se a inizio maratona sta “spingendo” un po’ troppo e intervenire per tempo, rallentando per raggiungere un’intensità di prestazione leggermente più bassa e/o idratandosi di più. In questo modo eviterà di affrontare una crisi verso il trentesimo chilometro e tutto andrà per il meglio» racconta Stefano.

Capacità predittive, anche per gli sport di situazione

Uno strumento come Swemax (https://www.swemax.com/), che fornisce informazioni in tempo reale sullo sforzo e l’intensità della prestazione sportiva, inoltre, è utilissimo anche durante una competizione o una partita. Pensiamo agli sport di situazione, come il calcio. «Se posso monitorare l’intensità dello sforzo di un calciatore, cioè se posso conoscere il livello d’intensità e di sforzo che il gioco gli sta richiedendo fin dall’inizio della partita, posso fare delle previsioni sul suo rendimento durante tutta la competizione. Posso sapere dopo quanto tempo dovrò sostituirlo in campo o se invece, salvo interventi esterni come un brutto fallo, potrò farlo andare avanti fino alla fine» spiega sempre Stefano.

In quest’ottica le capacità predittive di Swemax (https://www.swemax.com/) danno un ulteriore valore aggiunto ai dati forniti ad atleti e coach. Non solo l’analisi del carico interno consente a chi ne ha gli strumenti di capire intuitivamente come si evolverà la prestazione nei minuti o nelle ore successive, Swemax, sfruttando tutti i dati raccolti su quell’atleta in passato ed elaborati dalla sua Intelligenza Artificiale, saprà avvisare per tempo se c’è il rischio di un calo di performance o di problemi fisici, come ad esempio crampi.

Prestazioni, curva di supercompensazione e injury prevention

Facciamo l’esempio di un corridore. Il nostro atleta riesce a correre 5 chilometri in 18 minuti: un obiettivo potrebbe essere quello di allenarlo perché riesca a coprire la stessa distanza in 17 minuti e mezzo. Se però il suo stato di forma cala a causa di sovrallenamenti ripetuti, non solo aumenterà il rischio che l’atleta si infortuni: lo sportivo correrà i 5 km in 20 minuti anziché 18.

Le sue prestazioni peggioreranno e l’atleta avrà bisogno di tempi di recupero più lunghi di quelli abituali per tornare a uno stato di forma ottimale.

La curva di supercompensazione mostra chiaramente il fatto che ogni allenamento crea un affaticamento, dopo l’affaticamento c’è il recupero e infine lo stato di supercompensazione, la fase in cui si registra un miglioramento della forma fisica.

Se però un atleta si sovrallena la supercompensazione non si verifica e/o i tempi di recupero (la fase di risalita della curva) si allungano moltissimo.

Grazie a Swemax (https://www.swemax.com/) è possibile gestire gli atleti in modo che non raggiungano mai quella soglia di stanchezza eccessiva che porta inevitabilmente a performance peggiori, infortuni e tempi di recupero più lunghi del solito, organizzando gli allenamenti e dosando lo sforzo in fase di competizione in ottica di injury prevention

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